RACCONTO · 2026–2041 FINZIONE · FONTI REALI
CAPITOLO 1 · FEBBRAIO 2026 · VOCI 15–46

Non sapevamo
che cosa volevamo curare.

Trentadue voci di registro per arrivare a una frase che si potesse dimostrare falsa. Fu il lavoro più utile che abbiamo fatto, e all’epoca sembrava a tutti una perdita di tempo.

OPERA DI FINZIONE. AImmortality è una società immaginaria; Tommaso Arrighi, Elide Ferrari e Noor Haddad sono personaggi inventati, come lo sono date, riunioni e decisioni attribuite loro. Le pubblicazioni citate in questa pagina sono invece reali e verificabili: sostengono i fatti scientifici generali, non gli eventi narrati. Nulla di quanto descritto è una terapia esistente o disponibile.

Il primo giorno di lavoro vero, Elide scrisse tre parole su una parete di vetro: curare la morte. Poi si girò e chiese da dove cominciare.

Fu l’unica volta in quindici anni che risposi subito.

Le chiesi in quale dei quattro sensi, perché nel mio mestiere «morte» indica almeno quattro cose e non sono gradi della stessa scala. C’è la cessazione irreversibile delle funzioni di un organismo, che è quella che firmo. C’è la morte delle singole cellule, che in un corpo sano accade a miliardi ogni giorno ed è indispensabile: una cellula che si rifiuta di morire quando dovrebbe ha un nome, e il nome è tumore. C’è il decorso di una malattia, che è un processo con una causa e a volte una terapia. E c’è l’estinzione di una popolazione, che è ecologia e non riguarda nessun paziente. Curare la prima era un programma. Curare la seconda era un danno. Curare la quarta non era medicina.

Voce 15 del registro: non stiamo definendo un bersaglio, stiamo definendo un desiderio.

Quattro animali su un tavolo

Elide non discusse. Tornò il giorno dopo con quattro animali, nel senso che portò quattro fogli, e li dispose sul tavolo nell’ordine che le serviva. Il suo argomento era di una semplicità irritante: se la durata della vita fosse una legge della biologia, non varierebbe di più di tre ordini di grandezza tra organismi fatti delle stesse molecole, con lo stesso DNA, le stesse proteine e gli stessi mitocondri.

FATTO REALE

Gli esemplari più grandi di squalo della Groenlandia sono stati stimati intorno ai 392 anni, con un’incertezza di circa 120, datando il radiocarbonio nei cristallini oculari (Nielsen et al., Science 2016). La vongola Arctica islandica conta esemplari datati oltre i cinque secoli attraverso gli anelli della conchiglia (Moss, Ivany & Judd, 2016). Un pipistrello di Brandt selvatico, che pesa pochi grammi, è stato ricatturato a 41 anni (Podlutsky et al., 2005). Il killifish annuale Nothobranchius furzeri, in una linea mantenuta in cattività, non ha superato le dodici settimane (Valdesalici & Cellerino, 2003).

Le obiettai che aveva messo in fila quattro misure che non stanno in fila. Lo squalo è una stima d’età di singoli individui, con un intervallo d’incertezza largo come un secolo. La vongola è un conteggio di anelli su un esemplare noto. Il pipistrello è un animale marcato e ritrovato, cioè un record individuale e un po’ di fortuna. Il killifish è il massimo di una linea tenuta in cattività, che non è la vita che quel pesce fa nelle pozze dove vive. E se voleva un contrasto di taglia, il polpo gigante del Pacifico arriva a una cinquantina di chili e la durata che gli si attribuisce, quattro anni e mezzo o cinque, viene da studi in acquario: un altro metodo ancora.

Voce 19: un record non è una media, una stima non è una misura, e un massimo ottenuto in cattività non è una vita vissuta in natura.

Avevo ragione, e la mia obiezione lavorò contro di me. Perché se quelle quattro cifre non sono commensurabili, allora non esiste una grandezza unica chiamata «durata della vita» da allungare. Esistono processi diversi, in tessuti diversi, misurati con metodi diversi, che finiscono a tempi diversi. Era precisamente la conclusione di Elide, raggiunta dalla parte opposta.

Lo disse meglio di me. «Non ti sto dicendo che possiamo vivere cinquecento anni. Ti sto dicendo che la durata non è una proprietà unica, e quindi non ha un unico interruttore. Nessuno lo troverà, perché non c’è. È la cosa più promettente che sappiamo.»

La voce 19 è rimasta nel registro senza risposta per quindici anni, ed è giusto così: era un’obiezione corretta a un argomento che non era quello decisivo. La massa non predice la durata, l’habitat da solo non la predice, il metabolismo da solo non la predice. Nessuno di quei fattori è irrilevante: nessuno basta.

La diapositiva che ho fatto togliere

A metà febbraio Noor preparò la prima presentazione per chi doveva darci dei soldi, e scrisse che Homo sapiens è la specie che ha vinto: l’ultimo stadio, il ramo che è arrivato in cima. Era una frase da presentazione e nessuno in quella stanza l’avrebbe contestata, perché suonava come una cosa che si sa.

FATTO REALE

Sulle cronologie fossili oggi documentate, Homo erectus compare circa 1,9 milioni di anni fa e gli ultimi fossili attribuiti arrivano intorno a 143.000 anni fa; Homo sapiens ha fossili noti da circa 300.000 anni. Australopithecus afarensis è datato fra 3,85 e 2,95 milioni di anni fa, Homo habilis fra 2,4 e 1,65 (Smithsonian, Homo erectus · linea del tempo). Il record fossile è incompleto e descrive linee ramificate, in alcuni casi sovrapposte, non una successione di gradini.

Le fece notare che, su qualunque cronologia oggi nota, Homo erectus è durato diverse volte più di noi. Se la longevità di specie fosse un merito, il podio non sarebbe nostro, e saremmo in gara da trecentomila anni contro un primato di oltre un milione e mezzo. L’evoluzione non ha una destinazione: le popolazioni cambiano in rapporto a variazioni ereditarie e condizioni ambientali, e nessuna specie è il traguardo di un’altra.

Nella stessa presentazione c’era una cifra più insidiosa, perché era vera: centodiciassette miliardi di esseri umani nati finora.

FATTO REALE

La stima di circa 117 miliardi di persone nate finora riguarda Homo sapiens e dipende da ipotesi sulle popolazioni e sui tassi di natalità preistorici (Population Reference Bureau). Gli intervalli fra generazioni degli ultimi 250.000 anni sono ricostruiti per modello, non osservati: una stima pubblicata nel 2023 propone una media di circa 26,9 anni, con valori diversi per madri e padri (Wang et al., 2023).

Il problema non era la cifra: era l’uso. Noor la stava impiegando per dire che siamo la specie di maggior successo riproduttivo della nostra storia. Per sostenerlo servirebbe la cifra corrispondente per erectus e per gli altri ominini, e quella cifra non esiste e non esisterà: il numero dei nati non si conserva nei fossili, e gli intervalli fra generazioni della preistoria sono modellati, non contati. Si può dire che la popolazione umana recente ha raggiunto dimensioni enormi. Non che un prodotto fra generazioni e individui dimostri un primato.

Voce 26: una cifra che non si può confrontare non è un argomento, è un effetto.

Noor tolse la diapositiva. Mi disse che ero il tipo di persona che si porta a un’autopsia e non a raccogliere fondi. Aveva ragione su entrambe le cose, e in quindici anni non ha più scritto un numero senza il metodo accanto.

L’ultima tentazione era la più elegante

Restava la frase più seducente di quei mesi, e la sentivo pronunciare da persone intelligenti: che l’essere umano è uscito dalla selezione naturale, e che da adesso decide da sé. È una frase falsa in modo misurabile.

FATTO REALE

In una popolazione umana contemporanea seguita per generazioni sono stati rilevati segnali compatibili con la selezione naturale in atto su tratti misurabili (Byars et al., PNAS 2010). La selezione non premia «i più forti»: riguarda il contributo riproduttivo differenziale di varianti ereditarie in un ambiente specifico.

Medicina, igiene, tecnologia e organizzazione sociale cambiano l’ambiente in cui la selezione agisce, e hanno ridotto pressioni che per millenni erano decisive. È il risultato più straordinario della nostra specie e non lo sto sminuendo. Ma cambiare l’ambiente di un processo non è spegnerlo. Non eravamo fuori dalla biologia, a guardarla dall’alto con strumenti nuovi: eravamo dentro, con strumenti nuovi. La differenza sembra retorica e invece decide che tipo di azienda si costruisce, perché chi si crede fuori non misura gli effetti di ciò che fa.

La frase che cercavamo

Alla fine di febbraio arrivammo alla formulazione che ci serviva, e non era «curare la morte». Era: una funzione definita, in un tessuto definito, che peggiora con l’età in modo riproducibile, e una misura che dica se è stata recuperata.

Non suona ambizioso. È l’unica forma in cui l’ambizione diventa lavoro. E posi la mia condizione per restare, che diventò la regola della casa: ogni bersaglio doveva essere scritto come una frase che potesse risultare falsa, dicendo in anticipo che cosa l’avrebbe resa falsa. Se non si riusciva a scriverla, non si cominciava. Abbiamo buttato via quattro bersagli in tre settimane per questo, e uno di quei quattro è stato ripreso da altri due anni dopo, senza risultati.

Su «curare la morte» avevo ragione, e la voce 15 è ancora la più citata del registro: quella frase non contiene un bersaglio. Nel 2041 continuo a pensarlo, e il programma che esiste oggi non cura la morte, cura l’invecchiamento di alcune funzioni in alcune persone, che è una cosa più piccola e più strana.

Quello che non avevo capito è il resto. Credevo che smontare la domanda grande significasse rinunciarci, e che il mio mestiere fosse ridurre le ambizioni degli altri a misura di certificato. Era il contrario: era l’unico modo per non rinunciare. Una domanda che non si può sbagliare non si può nemmeno vincere.

Avevamo un bersaglio abbastanza piccolo da poter essere sbagliato. Il capitolo che segue è il metodo che ci siamo imposti per scoprirlo in fretta. Non avevamo dimostrato che quel bersaglio avesse qualcosa a che fare con l’invecchiamento in generale. La voce 19 dice che un interruttore non c’è, e nessuno le ha mai risposto.

Capitolo 2 · Tre scale, e il diritto di fermarsi ↗

Fonti reali citate in questo capitolo

  1. Nielsen et al., 2016 · Età dello squalo della Groenlandia dal radiocarbonio del cristallino, Science
  2. Moss, Ivany & Judd, 2016 · Durata di vita, crescita e taglia nei bivalvi marini
  3. Butler et al., 2013 · Archivio climatico negli anelli di Arctica islandica
  4. Podlutsky et al., 2005 · Record di longevità per il pipistrello di Brandt
  5. Valdesalici & Cellerino, 2003 · Durata di vita estremamente breve nel killifish annuale Nothobranchius furzeri, misurata in cattività
  6. Conrath & Conners, 2014 · Polpo gigante del Pacifico, NOAA Fishery Bulletin
  7. Smithsonian · Homo erectus
  8. Smithsonian · Homo sapiens
  9. Smithsonian · Homo habilis
  10. Smithsonian · Australopithecus afarensis
  11. Smithsonian · Linea del tempo dell’evoluzione umana
  12. Byars et al., 2010 · Selezione naturale in una popolazione umana contemporanea, PNAS
  13. Wang et al., 2023 · Intervalli fra generazioni negli ultimi 250.000 anni
  14. Population Reference Bureau · Stima delle persone nate finora

Le pubblicazioni elencate sono reali e sostengono soltanto i fatti generali riportati nei riquadri FATTO REALE: i record e le stime di longevità animale e i metodi con cui sono stati ottenuti, le cronologie fossili degli ominini, le stime demografiche e i segnali di selezione naturale in popolazioni contemporanee. I record citati usano metodi diversi e non sono direttamente confrontabili; le date evolutive sono approssimazioni aggiornabili. Nessuna di queste fonti riguarda AImmortality, che non esiste, né le riunioni, le decisioni e le persone descritte in questo capitolo, che sono inventate.