OPERA DI FINZIONE. AImmortality è una società immaginaria; Tommaso Arrighi, Elide Ferrari e Noor Haddad sono personaggi inventati, come lo sono date, esperimenti e risultati attribuiti loro. Le pubblicazioni citate in questa pagina sono invece reali e verificabili: sostengono i fatti scientifici generali disponibili nel 2026, non gli eventi narrati. Nulla di quanto descritto è una terapia esistente o disponibile.
Il certificato di morte di Vittoria Ferrari dice insufficienza multiorgano. L’ho scritto io, nel marzo del 2025, e non era falso.
Sua figlia mi aspettava in corridoio. Non voleva contestare nulla: voleva sapere quale organo avesse ceduto per primo. Era una domanda ragionevole, fatta da una biologa, e non avevo una risposta. Nessun organo aveva ceduto per primo. Il cuore funzionava male da dodici anni, i reni da otto, il midollo si era fatto avaro, i muscoli si erano ritirati fino a rendere impossibile alzarsi da sola, e ciascuna di queste cose peggiorava le altre a un ritmo che nessun esame riusciva a isolare. Tutto stava cedendo insieme, da vent’anni, lentamente. Il modulo non ha una casella per questo.
Le ho detto la verità, che suonava come una scusa: l’invecchiamento non è una voce nei certificati di morte. È ciò che resta quando le voci sono finite.
Scrivo questo nel 2041, a sessantadue anni, in un paese dove la frase precedente è ancora vera sui moduli e non lo è più nei fatti. Ho passato quindici anni a mettere per iscritto le ragioni per cui non sarebbe stato possibile. Quattrocentoundici voci, numerate, datate e firmate, perché questa era la regola: chi voleva procedere doveva riempire lo spazio sotto la mia obiezione con un dato, non con un argomento. Ho avuto ragione quasi sempre. Sul punto che contava ho avuto torto, e mi ci sono voluti dodici anni per vederlo.
Le prime quattordici voci le ho scritte in una settimana di gennaio del 2026, in una stanza con quattro fogli attaccati alla parete.
I quattro fogli
Elide Ferrari mi aveva cercato perché le serviva un patologo, e perché pensava che il modo migliore di usarmi fosse lasciarmi distruggere la sua idea. Non mi ha presentato un progetto. Mi ha fatto leggere quattro argomenti, nell’ordine, e dopo ciascuno mi ha chiesto di scrivere perché era sbagliato.
Il primo foglio diceva che la linea germinale non invecchia. Ogni neonato comincia da zero, e comincia da zero pur essendo fatto di cellule vecchie quanto i suoi genitori. Non c’è nessuna legge, da nessuna parte, che vieti a una cellula di tornare giovane: è una cosa che accade a ogni concepimento, su questo pianeta, da un miliardo di anni. Il ringiovanimento non è un’eccezione da conquistare. È la condizione normale di passaggio tra una generazione e l’altra, e noi siamo il ramo che non la usa.
Nel 2006 cellule adulte di topo sono state riportate a uno stato pluripotente con quattro fattori definiti (Takahashi & Yamanaka, Cell). Nel 2016 una riprogrammazione parziale, somministrata a cicli in topi vivi, ha attenuato alcuni marcatori dell’invecchiamento in un modello progeroide (Ocampo et al., Cell).
Voce 3 del registro: azzerare non è riparare. I fattori che riportano una cellula indietro le fanno dimenticare che cosa è, e una cellula che dimentica che cosa è, in un organismo adulto, ha un nome preciso in patologia. Lo scrissi in due righe e lo firmai. Nel 2028 avrei avuto ragione, e sarebbe stata la cosa peggiore che mi è capitata in laboratorio.
Il secondo foglio diceva che l’invecchiamento non è una legge della fisica. La selezione naturale agisce con forza su quello che accade prima della riproduzione e perde presa su quello che accade dopo. Un organismo non è costruito per durare: è costruito per arrivare a riprodursi, e tutto ciò che viene dopo è resto di bilancio. L’invecchiamento, in questa lettura, non è una necessità termodinamica. È una manutenzione che nessuno ha avuto interesse a pagare.
È la lettura evolutiva classica, formulata da Peter Medawar (1952) e George Williams (1957) e resa quantitativa dalla teoria del soma disponibile (Kirkwood, Nature 1977). Che il risultato non sia obbligato lo mostra il ratto talpa nudo, la cui mortalità non aumenta con l’età come prevede la legge di Gompertz (Ruby, Smith & Buffenstein, eLife 2018).
Voce 6: «non necessario» non significa «modificabile da noi». Il ratto talpa nudo non è un topo con una correzione applicata sopra. È trenta milioni di anni di evoluzione in una direzione diversa, e non esiste un modo di installarli retroattivamente in un mammifero già fatto. Questa obiezione, a differenza della prima, non è mai stata chiusa del tutto: è stata aggirata.
Il terzo foglio diceva che il confine si è già spostato una volta. La morte non è una costante della natura descritta dalla medicina: è anche una definizione che la medicina scrive, e che ha già riscritto. Prima del 1968 il cuore fermo era la morte. Dopo, in presenza di rianimazione e respirazione artificiale, è stato necessario definire la morte in termini di funzione cerebrale irreversibile. Da quel momento è diventato possibile essere morti con il cuore che batte: una condizione che il giorno prima non esisteva, e che non è stata scoperta in natura ma scritta da un comitato di quattordici persone.
I criteri di coma irreversibile del comitato di Harvard sono del 1968 (JAMA). Più di recente, funzioni circolatorie e cellulari sono state in parte ripristinate in cervelli di maiale quattro ore dopo la morte (Vrselja et al., Nature 2019) e in corpi interi un’ora dopo l’arresto (Andrijevic et al., Nature 2022).
Voce 9: recuperare funzioni cellulari non è recuperare una persona. Ho passato la carriera su questa distinzione e non la cedo. Un tessuto che riprende a consumare ossigeno non è un individuo che torna; confondere i due livelli è l’errore più antico del nostro mestiere, e quelle ricerche, lette con onestà, non lo commettono: dicono che il danno da arresto circolatorio è più lento e più governabile di quanto si pensasse, non che la morte sia reversibile. Nel 2041 continuo a ritenere questa la più importante delle quattordici voci di gennaio.
Il quarto foglio non era un argomento di biologia. Era un inventario. Elide sosteneva che nel 2026 esistessero, per la prima volta insieme, gli strumenti per trattare l’invecchiamento come un problema di ingegneria invece che come una scoperta da aspettare: modelli capaci di prevedere strutture e interazioni molecolari, modelli capaci di leggere la regolazione genica su tratti lunghi di DNA, misure dell’età biologica che non obbligano ad attendere una vita intera per sapere se un intervento ha funzionato, ed editing genetico abbastanza maturo da essere costruito su una singola persona in pochi mesi. Nessuno di questi strumenti era una cura. Tutti insieme cambiavano il costo di una domanda.
Gli strumenti dell’inventario esistono: previsione di strutture e interazioni molecolari (AlphaFold 3, Nature 2024), lettura di segnali regolatori su sequenze lunghe (AlphaGenome, Nature 2026), stima dell’età biologica dalla metilazione del DNA (Horvath, Genome Biology 2013) ed editing genetico personalizzato su un singolo paziente (Musunuru et al., NEJM 2025).
Voce 12: gli strumenti abbassano il costo delle ipotesi, non quello delle prove. Mille ipotesi migliori restano mille esperimenti da fare, su animali che invecchiano al loro ritmo e non al nostro. Anche qui avevo ragione: ci sono voluti quindici anni, e nessuno strumento li ha accorciati. Ma mille ipotesi ordinate per plausibilità sono una cosa diversa da mille ipotesi qualsiasi, e questa differenza, nel gennaio del 2026, non l’avevo capita.
Perché ho firmato
Alla fine della settimana dissi a Elide la cosa che pensavo fosse decisiva: che quattro argomenti di possibilità non fanno un progetto. Dicono che una porta non è murata. Non dicono dove sia la porta, né che qualcuno di noi vivrà abbastanza per trovarla.
Mi rispose che lo sapeva, e che non mi stava chiedendo di crederci. Mi chiese di scrivere perché non avrebbe funzionato, una riga per volta, con la data e la firma, e di restare a verificare se qualcuno riusciva a rispondere. Disse che un’ipotesi che nessuno prova a uccidere non è un’ipotesi, è una speranza, e che le speranze in questo campo avevano già fatto abbastanza danni.
È la ragione per cui ho firmato, ed è la ragione per cui esiste questo racconto. Il registro delle obiezioni non è il diario di un progetto riuscito. È l’elenco delle cose che avrebbero dovuto fermarlo, con accanto quello che è stato misurato per andare avanti, e ogni volta che non c’era niente da scrivere accanto ci siamo fermati, tranne una volta, e quella volta l’obiezione era mia e non l’ho applicata. Il criterio è scattato due volte: la seconda, nel 2028, ci fermò per nove mesi, dopo che la voce 3 si è rivelata esatta nel modo più brutto possibile.
Che cosa avevamo capito male
Avevamo torto su quasi tutto quello che credevamo di stare facendo. Credevamo di cercare una cura: un intervento, un’autorizzazione, una data da ricordare. Pensavamo che il nemico fosse la cellula vecchia, e per tre anni abbiamo provato a ringiovanirla, finché non è diventato chiaro che la cellula, nella maggior parte dei tessuti che abbiamo guardato, era in condizioni migliori dell’ambiente in cui doveva lavorare.
E credevamo che, se avessimo vinto, sarebbe finita. Nel 2041 non è finita niente: esistono diciannove indicazioni cliniche autorizzate, ciascuna piccola, ciascuna ottenuta separatamente, e nessun documento, in nessun paese, porta scritta la parola invecchiamento. La loro somma è ciò che da ragazzi avremmo chiamato una cura. Si somministra a vita, costa quanto una casa, raggiunge una minoranza delle persone che ne avrebbero bisogno e, se si interrompe, l’effetto se ne va nel giro di qualche anno.
Vittoria Ferrari, con il programma di oggi e all’età che aveva, non si sarebbe salvata. Sarebbe arrivata a quattro, forse sei anni più tardi, e in piedi. Sua figlia sostiene che sia la stessa cosa. Non sono d’accordo, e abbiamo smesso di discuterne nel 2037.
Il confine non è scomparso. Si è spostato, e ha cambiato forma: da scadenza a manutenzione. Quello che segue è come, e a che prezzo. Non ho dimostrato che ne valesse la pena. L’ultima voce del registro, la 411, è la sola a cui nessuno abbia mai risposto, e l’ho scritta io.