OPERA DI FINZIONE. AImmortality è una società immaginaria; l’esperimento, il danno osservato, le date e le persone di questa pagina sono inventati. Le pubblicazioni citate sono invece reali e verificabili: sostengono i fatti scientifici generali, non gli eventi narrati. Questo capitolo non descrive né suggerisce alcuna procedura: nulla di quanto raccontato è una terapia esistente o disponibile.
Il verbale della riunione del 14 gennaio 2028 è lungo una pagina e mezza e non contiene la parola «rischio». L’ho riletto molte volte cercando il punto in cui avremmo potuto fermarci, e il punto non c’è, perché non è stata una decisione: è stata la conseguenza di diciotto mesi in cui nessuno aveva voluto prenderne una.
Il risultato del 2027 diceva che il limite era l’ambiente. L’ambiente non è un prodotto. Avevamo un impianto di coltura, due persone assunte per fabbricare cellule e un giro di finanziamento da chiudere entro l’autunno. Elide propose quello che proporrebbe chiunque in quella posizione, e non era stupido: se non possiamo cambiare l’ambiente, miglioriamo la risposta delle cellule all’ambiente che c’è.
Rilessi ad alta voce la voce 3 del registro, scritta due anni prima: azzerare non è riparare, e una cellula che dimentica che cosa è, in un organismo adulto, ha un nome preciso in patologia. Poi firmai.
Voce 103: non ho un’alternativa da proporre. È l’unica voce del registro in cui l’obiezione sono io. Un’obiezione senza alternativa, in una riunione dove si decide un bilancio, pesa quanto un’opinione.
Che cosa dicevano davvero gli studi
Non procedemmo alla cieca. La letteratura su questa strada era, ed è, abbondante, e il nostro errore non fu ignorarla: fu leggerla come un permesso invece che come una mappa di dove sta il precipizio.
Una riprogrammazione parziale somministrata a cicli in topi vivi ha attenuato alcuni marcatori dell’invecchiamento in un modello progeroide (Ocampo et al., Cell 2016). Ma l’espressione dei fattori di riprogrammazione in un animale adulto può produrre teratomi (Abad et al., Nature 2013), e una riprogrammazione interrotta a metà può portare allo sviluppo di tumori attraverso un’alterazione della regolazione epigenetica, con tessuto displastico e perdita dell’identità cellulare (Ohnishi et al., Cell 2014).
La distinzione su cui avevamo costruito tutto era fra riprogrammazione parziale e riprogrammazione interrotta. Credevamo che fossero due gradi della stessa cosa, e che somministrare a impulsi brevi ci tenesse nel primo. Era una convinzione ragionevole e non era sostenuta da nessuno studio: la letteratura diceva dove si cade, non quanto ci si possa avvicinare al bordo in un muscolo scheletrico di topo anziano. Quella misura non esisteva, e noi non la facemmo. Facemmo l’esperimento che l’avrebbe presupposta.
Marzo: funzionava
Le prime letture arrivarono a nove settimane ed erano buone. Negli animali anziani trattati il recupero della forza dopo il danno si avvicinava a quello dei giovani, più di qualunque cosa avessimo ottenuto fino a quel momento. L’anello che Noor aveva costruito fra modello e laboratorio cominciò a prevedere quali animali avrebbero risposto, e lo prevedeva bene.
Ho visto persone competenti perdere la capacità di leggere un grafico perché il grafico diceva quello che volevano. Non è stupidità: è che a quel punto la domanda non è più «che cosa mostra», è «chi lo diciamo per primo». Scrivemmo la bozza di un abstract. Elide sentì due investitori.
La cosa che mi dava fastidio era piccola e la scrissi senza sapere che fosse importante: l’effetto era più grande negli animali che avevano ricevuto il danno più esteso. Nella versione ottimista significava che il trattamento funzionava dove c’era più da riparare. Nella versione che non piaceva a nessuno significava che non stavamo misurando un ringiovanimento, ma l’interazione fra i fattori e la lesione.
Voce 109: l’effetto cresce con il danno. Prima di chiamarlo ringiovanimento bisogna escludere che stiamo misurando la ferita.
Non era un sospetto campato in aria: il danno tissutale e la senescenza forniscono segnali necessari alla riprogrammazione cellulare in vivo, che nei tessuti integri avviene con molta meno efficienza (Mosteiro et al., Science 2016).
Avevamo letto anche quello studio. Lo avevamo letto come una spiegazione di perché il nostro approccio fosse efficiente, e non come l’avvertimento che il nostro modello di lesione stava alimentando l’intervento che volevamo valutare. La stessa frase, girata di novanta gradi, era la ragione per non fidarsi del risultato.
Giugno: il vetrino
Al tempo tardivo, quello che avevamo fissato nel protocollo due anni prima e che nessuno aveva più voglia di aspettare, due animali mostravano qualcosa che non andava nella funzione. Chiesi i tessuti.
Non era un tumore nel senso in cui userebbe la parola un oncologo. Era architettura perduta: cellule che avevano smesso di essere quello che erano senza essere diventate nient’altro, disposte in un modo che non corrisponde a nessun tessuto sano, in mezzo a fibre che si comportavano normalmente. Ho passato ventidue anni a guardare vetrini e questa categoria la conosco: è lo stato intermedio, ed è il più pericoloso dei tre, perché una cellula che ha completato il viaggio di ritorno ha un’identità, e una cellula fermata a metà non ne ha nessuna.
Uno dei due animali era morto durante la notte precedente. L’ho saputo mentre guardavo il vetrino dell’altro.
Ho scritto il referto a mano, come faccio quando non voglio sbagliare, e poi sono rimasto seduto venti minuti senza fare niente. Non era la soddisfazione di aver avuto ragione, che è una cosa che in quel mestiere impari a non cercare. Era un conto molto più semplice: quell’animale non è morto perché mi sbagliavo. È morto perché nel 2027 avevo ragione, il criterio di arresto era scattato, e invece di applicarlo avevo chiesto un altro esperimento.
Voce 112, l’unica del registro scritta in stampatello: il criterio era scattato quattordici mesi fa. L’ho scritto io e non l’ho applicato io.
La riunione del 2 luglio
Elide arrivò preparata. Aggiungere una lettura di sicurezza intermedia, ripartire su un gruppo più piccolo. Ogni singola proposta era difendibile, e in un’altra azienda sarebbe stata accolta.
Non portai argomenti, perché non ne avevo di nuovi e perché gli argomenti, a quel punto, erano il problema. Lessi la voce 66, scritta da me nel dicembre del 2026 e firmata da lei, e la condizione che le stava sotto: si interrompe quando gli effetti avversi superano il miglioramento. Dissi che il criterio era scattato due volte, che la seconda volta avevo lasciato correre, e che se lo avessimo lasciato correre anche adesso non ne avremmo più avuto uno.
Voglio essere onesto sulla sua posizione, perché è facile farla sembrare l’imprudente della storia e non lo era. Elide pensava che fermarsi significasse chiudere, e che chiudere significasse lasciare la domanda senza risposta per un altro decennio, mentre le persone che quella risposta aspettavano continuavano a morire al ritmo di sempre. Non è un ragionamento meschino. È lo stesso che aveva fatto nascere la società.
Ci fermammo. Nove mesi.
Sei settimane
Non ci parlammo per sei settimane. Non in modo teatrale: continuammo a lavorare sugli stessi documenti, modificando gli stessi file senza mai lasciare un commento, con Noor che riportava a voce quello che ciascuno dei due aveva scritto. Chi non ha mai visto due persone litigare così pensa che sia meno grave di una porta sbattuta. È peggio, perché si può mantenere per anni.
Finì perché Elide entrò nel mio ufficio con una rianalisi. Aveva separato gli animali per entità del danno ricevuto e mostrato che l’intera dimensione dell’effetto seguiva quella variabile: nei tessuti meno danneggiati il trattamento faceva poco, e dove faceva molto c’era molto danno. Era la voce 109, dimostrata. Era il mio lavoro, e l’aveva fatto lei.
Non mi ha chiesto scusa e non gliel’ho chiesto io. Mi ha portato un’analisi, che fra adulti che fanno questo mestiere è la stessa cosa.
Quello che abbiamo pubblicato
A ottobre pubblicammo il risultato negativo di sicurezza, con il tempo tardivo, i due animali, il referto e la rianalisi sul danno. Insistetti io e costò il giro di finanziamento: i diciotto mesi successivi li passammo con un budget ridotto, e questo spiega perché quasi tutto, da lì in avanti, ha richiesto più tempo del previsto.
La ragione per cui insistetti non era la trasparenza come principio. Era che un risultato di sicurezza chiuso in un cassetto costringe un altro gruppo a ripagarlo con i propri animali, e un giorno con i propri pazienti. Noor disse che era la cosa più costosa che avesse mai sentito difendere con una frase così breve.
Che cosa abbiamo capito
Che «parziale» e «interrotta» non sono due gradi della stessa cosa. Sono due stati diversi, e il secondo non è una versione attenuata del primo: è la condizione in cui una cellula non ha più un mestiere. In una coltura è un dato interessante. In un organismo adulto è la premessa di qualcosa che un patologo riconosce a vista.
E che il risultato del 2027, quello che avevamo passato un anno e mezzo a non accettare, era ancora lì ad aspettarci, intatto, e adesso non c’era più niente fra noi e lui. Il limite era l’ambiente. Non era diventato un prodotto nel frattempo. Dovevamo semplicemente imparare un mestiere che nessuno di noi tre aveva.
Nel 2029 smettemmo di chiedere alle cellule di tornare giovani e cominciammo a chiedere al tessuto di comportarsi come se lo fossero. Ci volle il resto del decennio, e non produsse mai una cura: produsse un programma. Quella misura che non facemmo non l’ha fatta nessuno nemmeno dopo. Quanto ci si possa avvicinare al bordo senza caderci, non lo so ancora.